Il maestro partigiano

Fà conto che sei nato nel 1924. Nel ‘43 hai diciannove anni e ti arriva una roba che si chiama “cartolina di precetto”. Vuol dire che la Patria, il Re ed il Duce vogliono le tue braccia per metterci un fucile, e dato che non è ancora passato Settembre, la teoria è che quel fucile dovresti metterlo a servizio di una delle ideologie più tremende che abbiano insozzato l’Europa.

Ma tu di fare il soldato non ne hai proprio la minima intenzione. Tu vuoi fare il maestro, e sticazzi dei fucili, che non hanno mai insegnato nulla se non quanto l’umanità possa essere orribile. Ti va bene: dato che stai ancora studiando ottieni un rinvio, quella cartolina per un po’ te la puoi dimenticare.

A giugno c’è un esame per il diploma magistrale, il titolo di studio che finalmente ti permetterà di realizzare il tuo sogno e diventare un insegnante. Allora vai al distretto militare, dal Colonnello. Ci vai col cappello in mano, chiedendo il permesso di sostenere quell’esame, chiedendo di certificare che non sei un disertore o un bandito, ma un giovane uomo che vuole fare il maestro, un giovane uomo che vuole assumersi il dovere di educare le prossime generazioni. Il Colonnello ti molla ‘sta carta: bene, molto bene, puoi legalmente andare di fronte alla commissione e dimostrare quello che sai, puoi fare quell’ultimo passo verso la tua vocazione.

Superi l’esame. Contento? Puoi esserne orgoglioso: un nuovo maestro, abilitato in tempo di guerra, altro che gli universitari di oggi che si lamentano se non c’è l’aria condizionata in aula studio. Ti arriva una lettera dalla scuola, dice: <<Venga a ritirare il suo diploma, se l’è meritato>>. Vai a scuola. Cosa dovresti temere? Hai diciannove anni e adesso sei un maestro, non hai fatto nulla di male, anzi. Hai scelto una professione di servizio. Ma c’è un ma: non hai la divisa da soldatino fascista, al contrario degli altri candidati. Non ce l’hai perché non l’hai fatto, il militare, mica per altre ragioni. Il Commissario nota la cosa, ti interroga, ti chiede i come e i perché, ti fa tirar fuori le carte. Non sembra per nulla convinto, il Commissario. Pensa che tu gli nasconda qualcosa, magari.

Cosa dovresti temere? è tutto in ordine.

Il Commissario esce. Aspetti. Aspetti ancora. Tendi le orecchie a sentire cosa succede fuori, in corridoio. Qualcuno parlotta, qualcuno sbraita degli ordini, rumore di scarponi sul pavimento. Scarponi militari che vengono veloci verso l’ufficio dove sei da solo.

Hai poco tempo per decidere cosa fare. Guardi la finestra: è alta, ma è una soluzione percorribile. Ma cosa dovresti temere? Nulla, in teoria. Ma hai una brutta sensazione, come una mano ghiacciata che ti prende per il coppino.

Ti sporgi. Guardi giù. Qualcuno inizia a girare la maniglia, senti sferragliare di armi.

Salti.

Corri.

Scappi.

Ti nascondi in montagna, in un buco, come le volpi. Così dicevi, me lo ricordo. Dicevi: <<i miei nemici erano i fascisti, i cani e i colpi di tosse>>. Arriva l’otto settembre, l’armistizio, Salò. Arriva un’altra cartolina di precetto: stavolta non è il Re, e nemmeno la Patria. E’ una cosa che si chiama RSI a volere le tue braccia per metterci un fucile.

Ma tu sei già un bandito di montagna. C’è scritto anche sul tuo diploma: è questa la scusa con cui lo hanno annullato, i fascisti.

Circondano la tua casa almeno una decina di volte, terrorizzando ogni volta la tua famiglia. Ma tu sei nascosto in montagna, in un buco, come le volpi. Ci passi un anno, in quel buco.

Verso la fine del settembre ’44 gira una voce: che devi consegnarti, che alla fine non hai fatto nulla di male, mica hai sparato, tu. Te lo dice tua madre, te lo dice il prete, te lo dice anche qualcuno di quelli con cui condividi la tana. Dicono che chi si presenta a Bassano di sua volontà sarà salvo, e chi non si presenta, beh, gli bruceranno la casa. Merda, mica bazzecole!

Un anno da bandito è duro. C’è la fame, il freddo, c’è un sacco di paura: la tua e quella di chi ti vuol bene. Consegnarsi è allettante, potrebbe essere la fine di questa vita da clandestini, potrebbe essere il modo di evitare un altro inverno passato come le bestie. Magari ti bruciano la casa sul serio, se non lo fai. Tu hai di nuovo quella sensazione, quella mano fredda sul coppino. Dei fascisti non ci si può fidare, dei nazisti ancora meno. Sticazzi che ti consegni, mica sei matto.

La chiamano “operazione Piave”. Non ha nulla a che fare con il fiume, e nemmeno con il formaggio. “operazione Piave” vuol dire che vi stanano con le armi o con l’inganno, e poi vi ammazzano come cani. A te non t’hanno beccato: sei stato svelto, silenzioso e fortunato. Gli altri sono morti. Ne parlavi con trasporto e tristezza, dicevi: <<ricordo De Rossi Ercole, in Viale Venezia.  Lo hanno impiccato per ben tre volte, ma non voleva saperne di morire. Solo le ruote del camion che lo aveva portato sotto le piante sono riuscite a schiacciarlo, Ercole. Padre Nicolini che lo ha benedetto è il testimone oculare>>.

C’è un filo sottile che separa storia e memoria. Dividere le due cose è molto difficile, spesso sono intrecciate in maniera del tutto inestricabile. Ecco, tu, vecchio maestro, quella differenza me l’hai insegnata così. Mi hai raccontato la storia dell’eccidio del 26 settembre, poi me ne hai raccontato la memoria. Dicevi che la memoria è la carne, che la storia è lo scheletro. Lo raccontavi spesso: pensavo che, come tutti i vecchi, fossi diventato un po’ ripetitivo, come un disco rotto. Oggi, a ben pensarci, forse intravedo un’altra ragione. Ripetevi perché non si perdessero né la storia, quella fatta di armistizi e guerre ed ideologie, né la memoria, quella di Ercole, di padre Nicolini, la tua.

Sul muro della tua casa, dietro al tavolo della cucina, c’è una medaglia al valore per la lotta partigiana. Quella è storia. La tua memoria, invece? Beh, è ben custodita. Promesso.

Ciao, Tonin. Ci ricordiamo.

 

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