Israele non esiste (e nemmeno la Palestina)


Siedo in un locale del Liston, a Padova, armato dello spriz d’ordinanza. Da qualche parte un quartetto di legni suona Smetana mentre io aspetto l’ora di scroccare il pranzo gratis al Pedrocchi. Mi piace sedrmi da queste parti, è uno dei miei punti d’osservazione preferiti. Qui passa tutta la città, nella sua variegata composizione di studenti, turisti, beghine, professionisti azzimati, accattoni. Ogni tanto si fa vedere anche Ghedini. Hegel diceva che leggere il giornale alla mattina è la preghiera del filosofo. Io leggo l’internazionale sul tablet, leggo in tempo reale dei morti dall’altra parte del Mediterraneo. Non è proprio la stessa cosa, ma i tempi cambiano, checché sostenesse Hegel.

Mi sto laureando in scienze filosofiche. I miei corsi erano tutti al palazzo Capitano oppure al Liviano. Il Liviano, soprattutto la sua facciata razionalista, ha una storia interessante, epitome di un certo atteggiamento doppiopesista tutto italiano.

Liviano – esterno

La facciata e l’atrio del Liviano, costruiti davanti alla Reggia dei Carraresi, famosa per la Sala dei Giganti, vengono realizzati tra il 1934 ed il 1940: nel ’34 l’architetto milanese Gio Ponti ottiene l’incarico dal rettore di allora, Carlo Anti. Ponti, “designer universale” vicino al regime fascista e tra i massimi interpreti dello stile architettonico tanto caro al Duce, non curerà solo la struttura, ma anche gli interni, dai mobili alle maniglie. Il risultato è una struttura imponente, che doveva esprimere il peso e l’importanza della cultura accademica italiana nella fondazione dello stato fascista. Per approfondire il tema, basta considerare l’uso strumentale di discipline che spaziano dalla storia all’antropologia per giustificare la discendenza da Roma ed il conseguente “diritto naturale” alle pretese imperialiste. Ci sono un sacco di saggi interessanti in merito, tra cui mi sento di citare il brillante e completo Nigra subucula induti, di Giuman e Parodo.

La faccenda curiosa è che gli affreschi all’interno del nuovo edificio vengono realizzati, tra il 1939 ed il 1940, da Massimo Campigli, al secolo Max Ihlenfeldt, ebreo. In Italia le leggi razziali entrano in vigore nel 1938, ma già da anni le teorie razziste sono entrate nel corpus ideologico del regime, specie grazie all’opera di gentiluomini quali Telesio Interlandi.  

Liviano – interno

Le parole cambiano significato. Per esempio, parlare di discriminazione, oggi, evoca sensazioni negative. Discriminare vuol dire trattare qualcuno in maniera diversa, riconoscergli meno diritti. Campigli è un ebreo discriminato: e curiosamente il termine discriminato ha, nel ventennio, un senso opposto a quello che gli attribuiamo oggi. Se tutti gli ebrei sono malvagi assassini di Cristo e servi dei plutocrati della perfida Albione, alcuni hanno meriti speciali agli occhi del Regime: i reduci della prima guerra mondiale, per esempio, o coloro che hanno vestito la camicia nera già durante il biennio rosso. Sono costoro i discriminati, i “tirati fuori”. Ebrei, tra l’altro, non necessariamente apostati: in molti infatti continueranno senza problemi ad esercitare la loro fede. Questo per un tratto peculiare del razzismo all’italiana, che fino al 1940 (prima dell’avvicinamento alla via tedesca all’avvio della guerra) poggiava su basi più “spirituali” che non biologistiche. Insomma, chiudendo la breve divagazione sul razzismo italiano, nel ’39 c’è un giudeo che affresca l’interno di un palazzo fascista.

Sebbene Campigli non fosse di Padova, la città aveva al suo interno una forte comunità ebraica. Il suo primo nucleo si stabilì in città nel 1380, grazie all’ospitalità concessa dai Carraresi.

La storia del Ghetto, invece, inizia nel 1603, anno della sua istituzione per volontà di Venezia. Tutti gli ebrei della città, molti commercianti e moltissimi studenti, attirati dalla laicità dell’Università degli studi di Padova che permetteva la frequenza anche a non cristiani (ah, la Patavina Libertas!), vivono chiusi da quattro porte. La prima, ad est, all’incrocio tra via San Martino e Solferino; la seconda, a sud, tra via dell’Arco e via Marsala; la terza, ad ovest, tra la solita via San Martino e Solferino e via dei Fabbri. L’ultima, a nord, in via delle Piazze, vicino alla chiesa di San Canziano.

Ingresso al Ghetto dalla chiesa di San Canziano

Proprio all’angolo della chiesa di San Canziano sopravvivono ancora oggi tracce dei cardini degli antichi portoni, chiusi al tramonto e guardati ogni notte da un ebreo (dentro) ed un cristiano (fuori).  Dal 1603 al 1797 quelle porte rimangono ogni notte un limite invalicabile, ed ogni giorno un comodo sistema per ricordare ai cristiani che si stavano inoltrando nel quartiere degli assassini di Cristo, nasuti arraffoni, furbi e maligni. Il ghetto tranquillizza, senza dubbio. Ma non solo i cristiani: l’ebraismo non è una religione che faccia proseliti, nessun ebreo (deo gratias! Ce ne sono già fin troppi di portatori di buone novelle) si sognerebbe mai di suonarti alla porta per convertirti alla (sua) vera fede. Ebrei si può diventare, contrariamente a credenze diffuse, ma non basta una tociada nell’acquasantiera.  Inoltre, ci sono le tradizioni e l’identità da preservare, operazione molto più semplice in presenza di muri, fisici e concettuali, che dividano popoli diversi. E come dimenticarsi di pogrom e persecuzioni varie? Tralasciando la facile e classica (e noiosa) accusa di aver accoppato il figlio di Dio, i cristiani hanno sempre avuto fantasia nel prendersela con gli ebrei.

Per esempio, è solo dal Concilio Vaticano Secondo che la Chiesa ha espunto “San” Simonino dal martirologio e soppresso il suo culto, mettendo fine ad una frattura aperta nel 1475, anno dei fatti. Simone, Simonino per gli amici, era un bambino di Trento, scomparso il giovedì santo e trovato morto il giorno di Pasqua, guarda caso in una rosta vicino alla sola casa in cui vivessero ebrei. Quindici, per la precisione. Torturati per mesi al fine di estorcere loro una confessione di colpa. Il più vecchio aveva novant’anni, il più giovane quindici. Anche su questa storia ci sarebbe molto, moltissimo da raccontare; rimando, per i curiosi, a questo link e ad Ariel Toaff, Pasque di sangue: ebrei d’europa ed omicidi rituali. Insomma, fino al 1965 la posizione ufficiale della chiesa era che il bambino fosse santo in quanto crudelmente trucidato dai giudei: non è difficile comprendere il fenomeno dell’antisemitismo, considerando le autorevoli pezze d’appoggio.

Sinagoga di Via delle Piazze

La triste storia di “san” Simonino ricorda piuttosto bene i fatti che stanno scuotendo Israele in questi giorni: la sparizione e la morte di alcuni ragazzi, prima tre israeliani e poi un palestinese, tutti giovanissimi. Se i Trentini a fine ‘400 avevano a disposizione solo vecchi ferri da tortura e quindici persone su cui rifarsi, la situazione in medio oriente è terribilmente diversa. Non voglio entrare nei dettagli riguardo alle teorie sulla Intifada eterodiretta e sul ruolo di altre potenze dello scacchiere internazionale nelle attuali dinamiche che credo si possano definire belliche a pieno titolo: per quello c’è un esauriente articolo di Limes. Vorrei invece tornare ai portoni del ghetto di Padova, al doppiopesismo italiano, alle teorie sulla razza ed alla genesi dell’Europa contemporanea, e perché no, a un po’ di psicoantropologia da due soldi.

La gente è stupida. La gente stupida preferisce dedicare meno tempo possibile alle attività intellettualmente complesse, tipo farsi un’opinione riguardo a qualcosa, specie se il fenomeno oggetto di valutazione è complesso. Allora la persona stupida-tipo tende a rinchiudersi in atteggiamenti da tifoseria calcistica, in forme di dogmatismo per cui ogni informazione viene valutata alla luce di una mappa mentale estremamente ridotta, in cui ogni argomento a sostegno della tesi nemica viene considerato falso, viziato o comunque inaffidabile a priori. Gli psicologi (che se potessero darebbero un nome anche all’acqua calda) chiamano questa cosa bias, intendendo con tale termine un atto giudicativo distorto da una scorciatoia cognitiva. L’esito della sistematica applicazione di questo metodo di lettura alle cose del mondo è l’analfabetismo funzionale, un fenomeno tipico di sciechimicisti, animalari, cospirazionisti e grillini, ben raccontato anche in questo articolo di Wired. Ecco perché la mia bacheca di Facebook è infestata di contenuti da tifoseria calcistica, pro-israele o pro-palestina: perché è più facile sposare una causa che (cercare di) comprendere una situazione.

Il conflitto israelo-palestinese iniziato nel 1948, tanto nella sua versione reale e sanguinosa che in quella virtuale, pigra, fatta di like e di condivisioni, poggia su un assunto sbagliato: ovvero la correttezza o se non altro l’utilità del paradigma nazionale a base etnica. Gli stessi elleni, padri del concetto di ethnos, avevano difficoltà a definirlo: ne sono prova i dibattiti attorno alla possibilità di ammettere i macedoni ai giochi panellenici, o le Filippiche di Senofonte. Tra il XIX ed il XX secolo l’europa ha vissuto una serie di importanti cambiamenti geopolitici che hanno portato all’emergere degli stati nazionali a base etnica. Una modifica alle cartine pagata con amari tributi di sangue e giovani vite spezzate. C’è voluta la Seconda Guerra Mondiale, per insegnarci che forse -forse, eh!- esistono altri modi di concepire l’identità e la differenza, non necessariamente connessi alla creazione di confini ed alla costruzione di muri. Ecco come mai l’unione europea è qualcosa di grande: perché 28 Stati si sono uniti nella diversità (che sarebbe anche il motto dell’Unione, per la cronaca), rinunciando a significative frazioni di sovranità nazionale nel nome e nella visione di un futuro di pace, prosperità e libertà. Ogni valutazione in merito agli arabi cattivi che tirano i missili o agli israeliani cattivi che spianano le case con i bulldozer, di conseguenza, vale quanto un peto di mucca, e rischia di farci tornare, subdolamente, a concepire come legittimo un mondo diviso per razze, colori, religioni. Israele non esiste, né esisterà mai, tanto quanto non esistono la Palestina o l’Italia. Esistono le persone, o meglio, esisteranno fintanto che non saranno tutte morte, sepolte sotto le macerie della gloriosa Storia delle Nazioni.

La storia della facciata del Liviano, quella di Campigli, quella del ghetto di Padova, quella di Simonino avrebbero dovuto insegnarci qualcosa? No. La storia, da sola, non insegna nulla. Conserva i fatti, o per lo meno ci prova. Li interpreta, perché è impossibile una storia senza storiografia. E alla fine arrivano i filosofi, gli avvoltoi che per ultimi spolpano le carcasse di ogni disciplina. Preferisco pensare il nostro campo di studi come un’attività da saprofagi che come qualcosa con cui la realtà non ha nulla a che vedere. Come mia nonna, prendiamo gli avanzi e cerchiamo di cucinare qualcosa di decente, becoeando, spigolando. Io oggi ci ho provato, perché la gente stupida mi fa incazzare, e perché mi fanno incazzare i tanti intellettuali più bravi di me che non fanno una minchia, che stanno a guardare, che salvano l’alta cultura e lasciano che il mondo anneghi nel buio di un nuovo, più sottile medioevo.

S’è fatta l’una. Il quartetto di legni non suona più Smetana. Ora di mangiare a scrocco.