Nove principi per gestirmi con mutua soddisfazione / Nine principles for managing me with mutual satisfaction


Premessa

Congratulazioni! Se stai leggendo questa pagina significa che sei una persona di cui mi importa – mi importa di te come individuo ed ho piacere di avere a che fare con te, il che significa che desidero che le nostre interazioni facciano bene e facciano piacere sia a te che a me.

Ciò detto: sono una persona particolarmente complessa, e sono perfettamente consapevole di questa cosa. Ho qualche stranezza in più rispetto alla media della popolazione umana, e tendo ad essere mediamente più sensibile riguardo alle mie stranezze. Nella fattispecie, ho un quoziente intellettivo (calcolato con il test WAIS) di 134 (il range medio va da 85 a 115) ed un quoziente emotivo (calcolato con il test EQ I) di 92 (il range medio va da 90 a 110). Nella scala interpersonale (che misura la mia capacità di comprendere le emozioni degli altri e di confrontarmi con esse) ho un punteggio di 55, che è gravemente insufficiente. In estrema sintesi: i dati dicono che sono una persona di intelligenza molto sopra la media, con una capacità emotiva generale nella media, ma estremamente carente nella capacità di essere consapevole e di comprendere i vissuti emotivi degli altri, entrando in relazione con gli altri all’interno di relazioni reciprocamente soddisfacenti ed emotivamente vicine. Sono così, non è che lo faccio apposta.

Questo può occasionalmente farmi apparire come antipatico, antisociale, “orso”; in realtà apprezzo molto le interazioni significative con altre persone (tipo te!), ho solo bisogno che siano più strutturate perché funzionino. Praticamente mi sto mettendo a nudo in una specie di “etologia minima” per farmi capire un po’ meglio.

Alla peggio, vedilo come un esercizio di inclusività: spero che nello stesso modo in cui ritieni che la rimozione di barriere architettoniche non tolga nulla a chi cammina e dia moltissimo a chi non cammina (e se non lo ritieni forse non dovresti leggere questa pagina), riterrai che la considerazione di questi semplici punti non toglierà nulla a te, semplificando grandemente la vita a me, e pertanto migliorando le nostre interazioni.

Quindi, eccoti nove semplici principi, un manuale minimo per capire le mie stranezze e (spero) aiutarti a navigarle e ad accettarle. Ho cercato di mantenere una struttura omogenea, nella quale ciascun punto contiene oltre al principio stesso una motivazione e (quando rilevante) qualche corollario, il tutto corredato da esempi per facilitare l’applicazione.

In sintesi: poco rumore, per favore; meglio persone che gente; conversazione arricchente ed organizzata; il tempo è prezioso; fame e sonno sono pessimi consiglieri; no vuol dire no, sì vuol dire sì; la verità è sicuramente meglio; le emozioni sono complicate; quasi ogni cosa è negoziabile, se ne vale la pena.


I nove principi

1. Poco rumore, per favore

Faccio fatica a discriminare le voci umane dal rumore ambientale, pertanto non mi piace avere interazioni sociali che prevedono componenti di comunicazione orale (o peggio, che hanno come obiettivo la comunicazione orale) in posti rumorosi.

1.1. “Posti rumorosi” vuol dire “posti dove il rumore ambientale di fondo richiede di urlare per avere una conversazione.

1.2. In contesti primariamente musicali (e.g. concerto, discoteca) la musica non conta come rumore; inoltre in un contesto del genere l’obiettivo è ascoltare la musica e non avere una conversazione. La musica “di sottofondo” in contesti primariamente conversativi, al contrario, può essere un problema.

2. Meglio persone che gente

Quando le persone smettono di essere persone e diventano “gente” possono capitare cose orribili (e.g. sospensione del senso critico per avere riprova sociale, calpestamenti di massa, …). Pertanto non mi piacciono i posti affollati (i.e. densità di persone superiore a 1/3m2).

2.1. Non mi piacciono questi contesti di per sé ed anche perché spesso implicano dover sgomitare, fare file, interagire con persone con le quali non ho nessun desiderio di interagire.

2.2. Inoltre, spesso i posti affollati sono rumorosi (vedi principio 1).

3. Conversazione arricchente ed organizzata

Sono un grande estimatore della buona conversazione, perché trovo valore nel confronto tra idee diverse e nello scambio di prospettive ed opinioni. Pertanto non mi piacciono le conversazioni innecessariamente vacue o disorganizzate.

3.1. Una conversazione è innecessariamente vacua quando tratta di argomenti che non sono arricchenti da un punto di vista cognitivo oppure emotivo – una conversazione di circostanza in cui si parla per non parlare, il cui scopo esclusivo sia la trasmissione di ping sociali (“io esisto”, “mi importa di te”, …). Piuttosto dillo! 😉

3.2. Una conversazione è disorganizzata quando non segue un filo logico coerente, quando l’argomento non viene debitamente esaurito (in maniera soddisfacente per tutte le persone coinvolte nella conversazione stessa) prima di passare ad altro, quando la conversazione si sfilaccia in diverse conversazioni semiparallele.

3.3. Quando una conversazione si sfilaccia in due o più conversazioni semiparallele, non riesco a non seguirle tutte contemporaneamente, dove “seguirle” non significa semplicemente “ascoltarle”, ma anche e soprattutto “comprenderle ed individuare o produrre argomenti pertinenti”. Questo mi provoca un intenso carico cognitivo; inoltre, l’impossibilità di esprimere gli argomenti e le idee che ho individuato o prodotto (impossibilità strutturale data la linearità del tempo) mi procura un’intensa frustrazione.

3.4. Una buona conversazione non dovrebbe mai, mai, mai richiedere di urlare.

4. Il tempo è prezioso!

All’età di 21 anni mi è stato diagnosticato un grave disordine ematologico, ed al momento della diagnosi mi è stata prospettata un’aspettativa di vita massima di dieci anni. Ora sto bene e le mie prospettive di vita sono comparabili a quelle di chiunque altro nella mia demografia, ma ciò mi ha reso acutamente consapevole dell’importanza del tempo, mio e delle altre persone. Pertanto non mi piace perdere o far perdere tempo.

4.1. “Perdere tempo” significa “dedicare il mio tempo, risorsa preziosa in quanto non rinnovabile, ad attività che non rendono migliore e/o felice me e le persone con cui le svolgo”. Tipo stare in fila alle poste.

4.1.1. “Migliore” in questo contesto va inteso in senso estremamente inclusivo, incorporando elementi di benessere fisico, vivacità cognitiva, solidità morale.

4.1.2. “Felicità” in questo contesto va inteso in una forbice che va dal minimo accettabile di “apatia” secondo l’accezione stoica (i.e. mera assenza di patemi), al massimo di “estasi” secondo l’accezione plotiniana (i.e. felicità “perfetta” ascetica che risulta dall’autocoscienza e dalla contemplazione dell’universo), passando disinvoltamente attraverso il “piacere cinetico” della tradizione cirenaica e dell’etica eudemonista (i.e. fare roba semplice che ti fa stare bene – gola, lussuria, grattare il gatto, e altra roba tendenzialmente peccaminosa).

5. Fame e stanchezza sono pessime consigliere

È bene conoscere se stessi, e nonostante molti elementi della mia psiche mi rimangano oscuri, conosco abbastanza bene i punti di forza ed i limiti del mio corpo e del mio cervello. So per esempio che da stanco ed a pancia vuota ragiono e funziono particolarmente male.

5.1 Pertanto cerco per quanto possibile di mangiare quando ho fame (secondo necessità), e

5.2 Di riposare quando sono stanco (secondo necessità).

5.2.1 Pertanto se stiamo facendo qualcosa assieme e sparisco per andare a riposare (o a mangiare), non è che ti odio e voglio tagliare la corda con una scusa (vedi principio 7), è che ho veramente bisogno di riposare e ricaricare le batterie.

6. No vuol dire no, sì vuol dire sì

Sono molto esplicito riguardo ai miei valori, nel senso che so esattamente cosa mi piace e cosa non mi piace. Sono altresì piuttosto veloce nei calcoli costo/beneficio. Pertanto, salvo l’emergenza di nuovi dati o nuove prospettive che non ho considerato nel calcolo, è difficile che cambi idea riguardo alle cose.

6.1. Di conseguenza, “no vuol dire no” e “sì vuol dire sì”. Non insistere, per favore, a meno che tu non abbia dati o prospettive che potrei non aver considerato.

7. La verità è sicuramente meglio

Non discuterò il valore morale della menzogna, ma mentire per me è sicuramente complicato. Questo è vero sia per le “bugie bianche”, quelle che si dicono per evitare un dolore a qualcuno, che per le “bugie nere”, quelle che si dicono per fare del male o per ottenere un vantaggio di qualche tipo. Mentire proprio non mi viene. Al massimo posso omettere, se proprio proprio.

7.1. Di conseguenza, non chiedermi di farlo, per te o per altri.

7.2. Tieni altresì presente che quando mi chiederai qualcosa, ti dirò la verità, anche se dovesse farti male, perché una bugia servirebbe solo come palliativo per “coprire” la cosa che ti fa male, ma non a risolvere la causa di quel dolore.

7.3 Il concetto si può estendere anche alla tecnica argomentativa. Se una conversazione contiene fallacie logiche (intenzionali o meno) tendo a perdere velocemente interesse – o a sviluppare un’attitudine spiacevolmente battagliera.

8. Le emozioni sono complicate

Ho una vita emotiva particolarmente stramba. Non è che non provi emozioni; le provo in maniera diversa. Provo emozioni molto intense per cose che normalmente non fanno emozionare le persone (e.g. trovare un lampone maturo in inverno, avere una buona idea, la sigla di Star Trek Enterprise), e non provo emozioni per cose che normalmente fanno emozionare le persone (e.g. matrimoni, funerali, nascite, …). In una certa misura sono sempre stato così; il fatto di essere stato esposto alla sofferenza di tante persone non ha sicuramente migliorato la cosa. In sostanza, un po’ è natura, un po’ è un meccanismo difensivo.

8.1. Pertanto, se mi racconti qualcosa che secondo te presuppone una risposta emotiva e non mi vedi dimostrare quella che ti aspetti, non è che ti odio / non sono felice per te / non riconosco il tuo dolore. Lo sto facendo – ma probabilmente sul piano cognitivo.

8.1.1. Una conseguenza di questo è che non sono particolarmente capace di argomentare sulle emozioni o con le emozioni. So come ti stai sentendo – cognitivamente – ma non riesco a sentire le cose che senti tu. Quindi fatico ad assumere il tuo punto di vista. Quindi potrei apparire distaccato o poco comprensivo: non è cattiveria o mancanza di interesse – è sostanzialmente l’equivalente emotivo del daltonismo.

8.2. Allo stesso modo, se mi vedi molto emozionato per qualcosa di sciocco, piccolo, o strano, lasciami fare: mi sto godendo quello che resta della mia vita emotiva (sì, anche se sono triste). Magari, se ti va, puoi fare l’esperimento di provare a vederla dalla mia prospettiva, magari ti piace ed arricchisce la tua vita emotiva.

9. Quasi ogni cosa è negoziabile, se ne vale la pena

Nessuno dei principi elencati in questa lista è un “assolutamente no”. Può essere che accetti di sopportare, e.g., una violazione del principio 1 (poco rumore, per favore), qualora questa garantisca a me e/o ad altri un beneficio secondo i corollari 4.1.1 e 4.1.2. (“migliore” e “felicità”).

9.1 “Può essere” è importante e da sottolinearsi, perché l’esito del calcolo di cui al principio 6 (no vuol dire no, sì vuol dire sì) è più probabilistico che deterministico, ed include elementi contestuali ed accidentali, e.g. le ore di sonno della notte precedente o il tempo trascorso dall’ultimo pasto (vedi principio 5).

Foreword

Congratulations! If you are reading this page, it means that you are someone I care about – I care about you as an individual and I take pleasure in spending time with you, which means that I want our interactions to work well and bring pleasure to both you and me.

That said: I am a particularly complex person, and I am fully aware of this. I have a few more quirks than the average human population, and I tend to be on average more sensitive about my quirks. In detail, I have an IQ (calculated with the WAIS test) of 134 (the average range is 85 to 115) and an emotional quotient (calculated with the EQ I test) of 92 (the average range is 90 to 110). Importantly, on the interpersonal scale (which measures my ability to understand others’ emotions and deal with them) I have a score of 55, which is severely inadequate. In a nutshell: data say that I am a person of way-above-average intelligence, with average overall emotional capacity, but extremely lacking in the ability to be aware of and understand the emotional experiences of others, connecting with others within mutually satisfying and emotionally close relationships. I’m like that, it’s not like I’m doing it on purpose.

This can occasionally make me come across as obnoxious, antisocial, “bearish”; I actually really appreciate meaningful interactions with other people (like you!), I just need them to be more structured for it to work. I’m basically laying myself bare in a kind of “minimal ethology” to let you understand me a little better.

At worst, think of it as an exercise in inclusiveness: I hope that in the same way that you feel that removing architectural barriers takes nothing away from those who walk and gives a great deal to those who don’t (and if you don’t feel that, maybe you shouldn’t be reading this page), you will feel that consideration of these simple points will take nothing away from you, greatly simplify life for me, and therefore improve our interactions.

So here are nine simple principles, a minimal handbook to understand my quirks and (I hope) help you navigate and accept them. I have tried to maintain a uniform structure, in which each point contains in addition to the principle itself a rationale and (when relevant) some corollaries, all accompanied by examples to facilitate application.

In summary: little noise, please; better persons than people; enriching and organized conversation; time is precious; hunger and fatigue are bad counselors; no means no, yes means yes; truth is definitely better; emotions are complicated; almost anything is negotiable, if it is worth it.


The nine principles

1. Little noise, please

I have a hard time discriminating human voices from ambient noise, so I do not like to have social interactions involving oral communication components (or worse, aimed at oral communication) in noisy places.

1.1. “Noisy places” means “places where background ambient noise requires shouting to have a conversation”.

1.2. In primarily musical contexts (e.g., concert, disco) music does not count as noise; moreover, in such a context the goal is to listen to music and not to have a conversation. “Background” music in primarily conversational contexts, on the contrary, can be a problem.

2. Better persons than crowd

When persons stop being persons and become “crowds”, horrible things can happen (e.g. suspension of critical sense to have social reproof, mass trampling, …). Therefore, I do not like crowded places (i.e. density of people more than 1/3m2).

2.1. I dislike these settings per se and also because they often involve having to scramble, stand in lines, and interact with people with whom I have no desire to interact.

2.2. Also, crowded places are often noisy (see principle 1).

3. Enriching and organized conversation

I am a great admirer of good conversation because I find value in the confrontation of different ideas and the exchange of perspectives and opinions. Therefore, I dislike unnecessarily vacuous or disorganized conversations.

3.1.A conversation is unnecessarily vacuous when it deals with topics that are not cognitively or emotionally enriching-a circumstantial conversation in which people talk in order not to talk, whose exclusive purpose is the transmission of social pings (“I exist,” “I care about you,” …). Rather, just say it! 😉

3.2. A conversation is disorganized when it does not follow a coherent logical thread, when the topic is not duly exhausted (to the satisfaction of all the people involved in the conversation) before moving on to something else, when the conversation frays into several semi-parallel conversations.

3.3. When a conversation frays into two or more semi-parallel conversations, I can’t help but follow them all at the same time, where “following them” doesn’t simply mean “listening to them,” but also and especially “understanding them and identifying or producing relevant arguments.” This causes me intense cognitive load; moreover, the inability to express the arguments and ideas I have identified or produced (a structural impossibility given the linearity of time) causes me intense frustration.

3.4. Good conversation should never, ever, ever require yelling.

4. Time is precious!

At the age of 21 I was diagnosed with a severe hematological disorder, and at the time of diagnosis I was projected to have a maximum life expectancy of ten years. Now I am doing good and my life prospects are comparable to anyone else in my demographic, but this has made me acutely aware of the importance of time, mine and other people’s. Therefore, I do not like wasting my or others’ time.

4.1 “Wasting time” means “using my time, a precious resource in that it is non-renewable, for activities that do not make me and the people with whom I do them better and/or happier.” Like queueing at the post office.

4.1.1. “Better” in this context should be understood in an extremely inclusive sense, incorporating elements of physical well-being, cognitive vibrancy, moral soundness.

4.1.2. “Happiness” in this context is to be understood in a range from the acceptable minimum of “apathy” according to the Stoic meaning (i.e. mere absence of suffering), to the maximum of “ecstasy” according to the Plotinian meaning (i.e. ascetic “perfect” happiness that results from self-awareness and contemplation of the universe), passing casually through the “kinetic pleasure” of the Cyrenaic tradition and Eudemonist ethics (i.e. doing simple stuff that makes you feel good – gluttony, lust, scratching the cat, and other stuff that tends to be sinful).

5. Hunger and fatigue are bad counselors

It is good to know thyself, and although many elements of my psyche remain obscure to me, I know quite well the strengths and limitations of my body and brain. I know, for example, that when tired and on an empty stomach I reason and function particularly poorly.

5.1 Therefore I try as much as possible to eat when I am hungry (as needed), and

5.2 To rest when I am tired (as needed).

5.2.1 Therefore if we are doing something together and I disappear to go rest (or eat), it’s not that I hate you and want to cut and run with an excuse (see principle 7), it’s that I really need to rest and recharge my batteries.

6. No means no, yes means yes

I am very explicit about my values in the sense that I know exactly what I like and what I don’t like. I am also quite quick in cost-benefit calculations. Therefore, barring the emergence of new data or new perspectives that I have not considered in the calculation, I am unlikely to change my mind about things.

6.1. Consequently, “no means no” and “yes means yes.” Please do not insist unless you have data or perspectives that I may not have considered.

7. Truth is definitely better

I will not discuss the moral value of lying, but lying is definitely complicated for me. This is true of both “white lies,” those that are told to avoid pain to someone, and “black lies,” those that are told to do harm or to gain an advantage of some kind. Lying just doesn’t come to me. At most I can omit, if I really have to.

7.1. Consequently, don’t ask me to do it, for you or for others.

7.2. Also keep in mind that when you ask me for something, I will tell you the truth, even if it hurts, because a lie would only serve as a palliative to “cover up” the thing that hurts you, but not to solve the cause of that pain.

7.3 The concept can also be extended to argumentative technique. If a conversation contains logical fallacies (intentional or otherwise) I tend to lose interest quickly – or to develop an unpleasantly combative attitude.

8. Emotions are complicated

I have a particularly weird emotional life. It’s not that I don’t feel emotions; I feel them differently. I feel very intense emotions about things that don’t normally get people emotional (e.g. finding a ripe raspberry in winter, having a good idea, the Star Trek Enterprise theme song), and I don’t feel emotions about things that normally get people very emotional (e.g. weddings, funerals, births, …). To a certain extent I have always been this way; being exposed to the suffering of so many people has certainly not improved that. Basically, some of it is nature, some of it is a defense mechanism.

8.1. Therefore, if you tell me something that you think presupposes an emotional response and you don’t see me demonstrating the one you expect, it’s not that I hate you/I’m not happy for you/I don’t recognize your pain. I am – but probably on a cognitive level.

8.1.1. One consequence of this is that I am not particularly able to argue about emotions or with emotions. I know how you’re feeling – cognitively – but I can’t feel the things you’re feeling. So it’s really hard for me to assume your point of view. So I might appear aloof or unsympathetic: it’s not malice or lack of interest – it’s basically the emotional equivalent of color blindness.

8.2. Similarly, if you see me very excited about something silly, small, or strange, let me: I am enjoying what is left of my emotional life (yes, even if I am sad). Maybe, if you like, you can do the experiment of trying to see it from my perspective, maybe you’ll like it and it can enrich your emotional life.

9. Almost anything is negotiable, if it is worth it

None of the principles in this list is an “absolutely not.” It may be that I agree to put up with, e.g., a violation of principle 1 (little noise, please), if it provides me and/or others with a benefit according to corollaries 4.1.1 and 4.1.2. (“better” and “happiness”).

8.1 “May be” is important and to be emphasized, because the outcome of the calculation in principle 6 (no means no, yes means yes) is more probabilistic than deterministic, and includes contextual and accidental elements, e.g., hours of sleep the night before or time since last meal (see principle 5).